Sanità

Quando Denis Ugolini mi ha chiesto di scrivere qualche mia riflessione sul rapporto Medico-Paziente, stimolato forse dal racconto che gli avevo fatto della triste storia della malattia di mio marito, ho pensato subito di limitare il mio intervento proprio alla esposizione della mia vicenda familiare, nella chiara consapevolezza, comunque, che, al di là della unicità del dolore che per ciascuno di noi, colpito da una perdita terribile, è sempre il più grande umanamente pensabile, di esperienze come la mia, purtroppo, ce ne sono state e ce ne saranno ancora. Ma mentre mi apprestavo a raccogliere le idee per tradurle in parola scritta, ho colto la necessità, prima di raccontare la mia esperienza, di approfondire questa “questione” – del rapporto Medico-Paziente - che nell’arco della nostra vita e nell’ambito dei legami affettivi di ciascuno di noi periodicamente ritorna, nell’auspicio di raccogliere l’attenzione di qualche lettore...

Mi è stata di grande utilità la lettura di un saggio della prof.ssa Bruna Zani di cui riporto alcune idee che ho trovato particolarmente condivisibili. Come tutti i rapporti, umani e non, fondati primariamente sulla comunicazione, anche il rapporto fra Medico e Paziente è un fenomeno complesso in cui ciascuno interviene con atteggiamenti e aspettative specifiche. La letteratura ha da tempo acquisito che le modalità di comunicazione influenzano in modo rilevante alcuni atteggiamenti del Paziente quali la sua soddisfazione circa la visita medica, l’attenersi alle prescrizioni terapeutiche e una riduzione delle sue preoccupazioni. Naturalmente incidono sul fenomeno “comunicazione” alcune variabili legate alle caratteristiche personali del Medico e del Paziente, nonché alle circostanze specifiche in cui si svolge l’ incontro. È un dato acquisito che la modalità con cui vengono trasmesse le informazioni al Paziente, la quantità di tempo che il Medico dedica alle spiegazioni e alle informazioni da fornire, la chiarezza espositiva, la semplicità del linguaggio sono tutti fattori che incidono sulla comprensione che il paziente acquisisce delle sue condizioni di salute/malattia, sulla sua capacità di memorizzare quanto gli è stato detto, sul grado di soddisfazione che gli può derivare dalla visita medica.

Intanto si parte dalla consapevolezza che fra Medico e Paziente esiste una indiscutibile ineguaglianza di status e di ruoli e anche un rapporto di “dominanza-sottomissione” in una distribuzione diseguale di potere: i nostri “compiti di Paziente” consistono nell’esporre i sintomi, rispondere alle domande, accettare le decisioni del medico (in teoria si potrebbero anche non accettare, ma il compito è difficile). Al Medico spetta il compito di ascoltare i problemi (si spera!), definire una diagnosi, indicare la terapia. Tre atteggiamenti del Medico diventano fondamentali per tentare di equilibrare la “naturale asimmetria” fra Medico e Paziente. In primo luogo è necessaria una grande disponibilità all’”ascolto”. Voglio qui fare riferimento a parole che io riporto quasi alla lettera del prof. Alvisi Vittorio che ho avuto il piacere di conoscere presso la clinica Malatesta Novello: “La tecnologia è fondamentale – dice il prof. Alvisi – ti dà informazioni preziose che però nulla hanno a che fare con la conoscenza globale del Paziente”. Diceva ancora, qualche tempo fa, durante una conversazione sul tema, Vladimiro Giovannini – stimatissimo medico del Pronto Soccorso del nostro ospedale: “Fallo parlare il tuo Paziente e tu ascoltalo perché di questo ha prioritariamente bisogno!” L’inizio del colloquio o del rapporto Medico-Paziente rappresenta un momento importante durante il quale si formano le prime impressioni sull’altro; se queste sono positive e il Paziente ha la possibilità di formarsi un’impressione di attenzione, di calore e di partecipazione, allora sarà portato ad aprirsi, ad esprimere anche i problemi emotivi e non solo quelli somatici: allora il Paziente, cioè noi, si aspetta domande aperte, si sente incoraggiato a “raccontare” e a fare domande (sempre la letteratura ci dice che le domande poste dal paziente oltre ad essere molto rare, in genere sono mal accolte!). In questo caso noi Pazienti possiamo assumere un ruolo attivo nella comunicazione formulando domande di chiarimento o di maggiore informazione rispetto a quanto viene detto nella consultazione.

In secondo luogo, già avevo fatto cenno a questo aspetto, è fondamentale da parte del Medico la scelta lessicale adeguata: anche in questa situazione il Paziente è in uno stato di “minorità” e quindi di potenziale sudditanza; la scelta di un linguaggio tecnico, con termini specialistici, più o meno complessi, se da una parte afferma le conoscenze e la competenza del Medico, dall’altra può essere usata per stabilire l’autorità del Medico stesso e determinare il suo ruolo rispetto al Paziente. (Non mi si accusi di banalità se mi viene spontaneo pensare che, anche in questo caso, l’affermazione di Don Milani: “È solo la lingua che fa uguali” è più che mai appropriata). In terzo luogo è fondamentale che il Medico sappia dare sostegno e rassicurazione. Nel caso di malattie gravi dovrebbe mostrare oltre a grande capacità di ascolto anche grande capacità di autocontrollo della comunicazione non verbale. I messaggi verbali devono essere ispirati a realismo ma anche a partecipazione emotiva, a coinvolgimento offrendo un appoggio interpersonale che può essere anche di notevole valore terapeutico.

Di fronte a queste valutazioni, all’indomani di una battaglia condotta in uno dei più qualificati Ospedali della Provincia, durata 5 anni e, infine persa, vissuta accanto a mio marito, minuto per minuto, non posso non richiamare alla memoria alcuni dei tanti momenti drammatici passati.

Seduta accanto al compagno della vita, a due anni di distanza da un importante intervento, di fronte al medico che ti appare quasi “giustiziere” perché dalla sua “sentenza” dipende la vita o la morte della persona a te più cara, mi sono sentita dire: “Come, hanno tolto un gleason sette – questo è il nome del tumore – e non hanno fatto un ciclo di radioterapia?” La mia risposta allora fu: “Almeno abbia il buon gusto di non fare a noi questa domanda!” E ancora uno dei tanti specialisti consultati, il giorno prima della morte, mi pose questa domanda: “Perché insistono con questa terapia che gli ha distrutto inutilmente lo scheletro? – Da domani bisogna cambiare”. Troppo tardi! E come si dovrebbe reagire quando ti rendi conto che il Medico che segue un tuo familiare, per una patologia tumorale, non ha neppure aperto la cartella prima del controllo periodico per verificare gli esiti degli esami già fatti, anzi, al cospetto tuo e del malato, non ha remore a dimostrare che legge quegli esami per la prima volta ed esclama: “Oh, cosa c’è qui?”, si meraviglia, sottolinea con l’evidenziatore, telefona per chiarimenti e tu, lì, tremi, non respiri più, stringi forte la mano di chi ti è vicino, ma devi far finta di niente. E ancora, ma l’elenco sarebbe lungo, apprendi che alla persona che ami più di te stessa restano poche ore da vivere da un medico mai visto prima, che si stupisce perché nessuno ti ha avvertito. Forse dipendeva dal fatto che era il 3 di gennaio ed erano quasi tutti in vacanza! Fortunatamente tante sono le strutture mediche efficienti, funzionali, all’avanguardia e tanti sono i medici e le persone che si prendono cura di noi, soprattutto nella nostra Regione, che operano bene, con competenza, impegno e spirito di dedizione: è proprio per questa ragione che, quando accade che tutto questo viene a mancare, è ancora più difficile da comprendere e da accettare. È stata prodotta, nel maggio scorso, all’ospedale Bufalini la “Carta dei diritti e dei doveri del malato”: è un’ottima cosa, spero che anche in altri ospedali possa essere introdotta se ancora non è stato fatto.