Perché si celebra la giornata della liberazione

20 Ottobre 1944 – 20 Ottobre 2009. Sono passati 65 anni dalla Liberazione di Cesena, con qualche giorno di più o di meno di Rimini, del Rubicone, di Forlì, di Ravenna.

E’ un rito quello che si celebra nei nostri territori, nelle nostre città, in questi giorni? Non credo proprio, non è né un rito né un obbligo, è qualcosa di più, un dovere, un imperativo etico nei confronti della storia passata, della storia presente e di quella futura, è un impegno morale con tutti coloro che sono morti durante la guerra sia perché l’hanno fatta, la guerra, in prima persona sia perché l’hanno subita e patita ed è anche un impegno morale con coloro che ad essa sono sopravvissuti e che purtroppo sono ormai rimasti in pochi. Ma è un impegno che abbiamo anche con coloro, che, per ragioni anagrafiche, da quegli avvenimenti credono di essere tanto lontani quanto dalle guerre di Napoleone.

Sta scritto sul monumento ai caduti di Pievequinta (Forlì), il luogo dove sono nata io, fortunatamente dopo la guerra, dove il 26 luglio 1944, 10 partigiani e comunisti dopo esser stati prelevati dal carcere di Forlì, dove erano tenuti in qualità di ostaggi, al cospetto della popolazione, vennero fucilati per rappresaglia: “Qui il 26 luglio 1944 al di sopra delle bandiere, delle razze, delle fedi affratellati nella morte caddero perchè la libertà patrimonio degli uomini e dei popoli illuminasse il volto rinnovato della patria”.

Da quando imparai a leggere mio padre mi indicò quel monumento e mi spiegò con parole sue (aveva frequentato ben la sesta classe) il significato che esse avevano. Da allora molta storia è passata, privata e pubblica, ma alcune di quelle ragioni sono ancora valide e spiegano bene perché, ovunque sia passata la guerra, si deve ascoltare la voce che esce dalle lapidi e quindi si deve ricordare, anche a Cesena, la Liberazione della città dal Nazifascismo.

Oggi siamo qui:

  • per mantenere viva la memoria dei fatti passati per tentare di evitare che il passato ritorni, seppure con altre sembianze;

  • per diffondere la cultura e la sensibilità nei confronti del rispetto delle persone, delle Istituzioni, delle Leggi, del libero pensiero;

  • per mantenere alta la custodia della Democrazie e per far vivere la difesa della passione per la partecipazione responsabile e attiva, soprattutto nei giovani.

Questi obiettivi si raggiungono conservando preziosamente l’esperienza di chi ha vissuto la guerra, l’occupazione del proprio Paese, delle proprie case, di chi ha vissuto l’esperienza delle dittature.

A chi ci dice che a 65 anni di distanza dalla fine della Seconda Guerra noi cittadini dell’Europa del 2000 dobbiamo dimenticare i motivi e gli odi di una guerra civile lacerante, considerata una ferita da non riaprire, in nome di una necessaria riappacificazione, noi rispondiamo che la ricerca storiografica deve svolgere il proprio lavoro come sta facendo per l’approfondimento, il confronto, senza alcun timore, per giungere alla verità dei fatti; diciamo anche che una sorta di riappacificazione ci fu, subito dopo la fine della guerra, in Italia. Diciamo che a tutti i morti va eguale pietà, che la violenza gratuita va comunque condannata, da qualunque parte essa sia esercitata, ma rispondiamo anche ricordando che da una parte stavano gli occupati e dall’altra stavano gli occupanti, da una parte stava chi combatteva per la libertà e dall’altra chi aveva fatto un’altra scelta.

Qualche giorno fa, in questa nostra strana Italia, ho sentito riportare questa frase: “Le tragedie delle dittature derivano dal crollo collettivo del senso di responsabilità”. Ad evitare questo crollo può contribuire anche il trovarsi insieme a ricordare il 20 Ottobre 1944.

Ines Briganti

Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Forlì-Cesena