Sulla soppressione delle festività laiche

Leggo su Repubblica del 15/8 l'intervento dell'ANPI Nazionale sulla proposta inserita nella finanziaria di trasferire alla domenica le festività laiche salvaguardando quelle "religiose".  Sono totalmente d'accordo con le legittime e sacrosante motivazioni avanzate dall'ANPI. Lo sono da cittadina italiana laica e credente prima di tutto, da insegnante, da militante politica (sottolineo militante, non della casta) da Presidente dell'Istituto per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Forlì-Cesena.  Vorrei invitare a questa proposito ...

i Presidenti  degli Istituti Storici a far sentire la propria voce rivolgendosi in particolare all'unica -sottolineo unica- figura credibile in questo nostro Paese, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Mi piacerebbe che anche l'INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia)uscisse una volta tanto dal silenzio e dalle questioni interne e accademiche e facesse sentire la propria voce !

Venendo alle motivazioni per le quali ci si dovrebbe indignare: non entro nel merito dei mancati "ponti" perché non è questo il problema che mi interessa in questo contesto; credo invece che la salvaguardia delle uniche festività laiche sopravvissute -25 aprile, 1 maggio e 2 giugno- sia una questione di dignità e prestigio nazionale. Chi crede davvero ai valori dell'identità di una Nazione, di un Popolo, di una Patria, dell'Unità Nazionale e non si serve di queste parole per strumentalizzazioni demagogiche o vacue celebrazioni di vari 150mi, prima  di tutto ha il dovere di riconoscere e valorizzare la storia del proprio paese soprattutto nelle sue pagine più significative in  quanto fondanti le leggi stesse che governano il popolo.

Che i nostri governanti ignorino la nostra storia lo sappiamo -tutti ricordiamo quanto Berlusconi fosse rammaricato per non avere avuto ancora l'occasione di incontrare Papà Cervi- ma non ci raccontino che il provvedimento di spostare le festività laiche accade a livello europeo: se si togliesse ai francesi il 14 luglio farebbero un'altra rivoluzione; lo stesso dicasi per la festività del 4 luglio negli USA. Oppure non sarà, come scrive Alessandro Pace, che a qualcuno dei valori della Resistenza, della festa del Lavoro, del fatto che l'Italia è ancora una repubblica democratica parlamentare non importa proprio nulla ? per cui, anche se l'utilità pratica dell'operazione è pressoché irrilevante, si coglie l'occasione per: "sminuire l'importanza simbolica di fatti storici che ai loro occhi non rappresentano dei "valori", in contrasto con la stragrande maggioranza dei cittadini italiani"?

Ines Briganti

Presidente Istituto per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea